| La pittura di Antonietta
Campilongo
Testo di Stefania Severi
Antonietta Campilongo dipinge immagini che, pur nella piena autonomia
della singola opera, nell’insieme tracciano un quadro articolato
del nostro quotidiano. I suoi dipinti celebrano il gesto spontaneo,
l’ambiente cittadino piccolo borghese, i personaggi che si
possono incontrare d’abitudine. Ma l’analisi spassionata
e accurata della “trance de vie” operata dall’artista
ne fa risaltare l’elegia e il mistero, manifestandone l’elegia
sottesa.
La pittura di Antonietta Campilongo si colloca nel generalizzato
recupero della figura e del vero che ha caratterizzato molti filoni
dell’arte del ‘900, in opposizione a quelle tendenze
rivoluzionarie - esemplare l’avventura Dada - che avevano
finito col negare l’esistenza stessa dell’arte. Già
la Pop Art degli anni Sessanta, infatti, proponeva, al di là
delle implicazioni critiche, un’arte aperta a forme più
popolari e comprensibili. Un appello a tornare alla realtà
è stato poi propugnato, sia pure sotto diverse angolature,
da Iperrealismo, Transavanguardia, Pittura della memoria…Insomma,
si è sempre più affermata una voglia diffusa di tornare
al quadro ed alla figurazione. La Campilongo si inserisce in tale
percorso di ricerca con richiami sia alla Pop Art, in particolare
a James Rosenquist, sia all’Iperrealismo, con rimandi specifici
a Gerhard Richter.
La sua poetica è, infatti, vicina a quella di Rosenquinst
che, in una intervista, dichiarava che le cose che comparivano nei
suoi dipinti «non erano veramente vecchie da diventare nostalgiche
ma nemmeno nuove abbastanza da suscitar passioni». E’
indubbio che la Campilongo posi il suo occhio sulla realtà,
ma il suo quotidiano risulta leggermente retrodatato, quasi a creare,
appunto, quel lieve scarto che sollecita la memoria e relega il
soggetto al ricordo appena trascorso. Ripensando a “La porta
sembra aperta”, “Giovanni e Giovanni”, “Assenzio”,
“Corteggiamento in orario di chiusura” e “Domani
sarà un giorno migliore”, opere tutte degli anni 2003-2004
eseguite con varie tecniche, incontriamo, nella estrema naturalezza
delle scene, un vago sentimento di già visto: dal copriletto
goffrato al mobile da toeletta, dalla lampada col paralume rosso
alla gonna fiorata, dal camice corto dell’infermiera al cappello
dell’avventore. Tutto rimanda un po’ indietro nel tempo.
Una attenzione particolare merita un nutrito gruppo di lavori degli
anni 2003-2004, alcuni dei quali già citati, in cui l’artista
usa la bicromia, il bianco e nero con tutte le gradazioni intermedie
di grigio. Indubbio è il richiamo al bianco-nero di Richter,
ma non certo per emulazione quanto per affinità di sentire:
l’esigenza di ricollegarsi all’universo filmico anch’esso
di buona memoria.
Nell’osservare ognuno di questi dipinti, sia singolarmente
che in sequenza, si ha l’impressione di trovarsi di fronte
allo story board per una fiction. Una fiction ambientata ai nostri
giorni, ben inteso, ma che, pur nella logica di registrare la realtà
è lontana dal reale proprio come una fiction. Tutti i personaggi,
infatti, concentrati nella loro parte, sembrano dimentichi dell’altro
da sé. Il fruitore è chiamato, di volta in volta,
ad entrare nella scena e cercare di carpire i sentimenti del o dei
protagonisti, colti prevalentemente in situazioni problematiche.
E’ certamente la ricerca cromatica uno dei dati distintivi
di questa pittura. Il colore, infatti, spesso è rarefatto
fino a ridursi non solo al bianco-nero, ma, in alcune delle ultime
opere (“Nel cammino della mia vita” e “Ti racconto
un sogno”), anche a due o tre colori: giallo-rosso-viola,
giallo-viola-nero, con effetti quasi di solarizzazione. Qui la componente
cromatica non scardina il vero ma ne sottolinea la componente magica.
Entriamo dunque nello story board di Antonietta Campilongo per rivivere
con lei anche la “nostra” vita perché, sicuramente,
molti di noi si ritroveranno nelle situazioni da lei evocate, con
gioia o con disagio, ma sempre con quel distacco che è merito
del campo estetico.
STEFANIA SEVERI
Testo di Anna Maria Baratto
Antonietta Campilongo è l'artista dell'attimo, colto nella
sua più indifferente maestà. Il gesto distratto di
tutti i giorni è celebrato nella sua vanitas con una intensità
psichica spasmodica che fa del qui ed ora il vero senso della permanenza
umana. Taglio fotografico , colore d'affiche quando non bianco e
nero. L'uomo e la donna della porta accanto, il racconto non ha
trama, non c'è un prima come non c'è un dopo. C'è
solo la fissione dell'elemento etereo che sulla tela implode manifestando
tutta la sua potenza comunicativa. Figure assolutamente reali, che
nel loro manifestarsi celebrano l'antica memoria dell'uomo entità
intermedia tra l'animale e l'angelo.
ANNA MARIA BARATTO
Testo di Stefano Elena
I titoli di Antonietta Campilongo sono valori aggiunti, complementi
che attraverso parole per sensazioni completano l’intenzione
raffigurata non distante da un iperrealismo per interni, derivato
da ricordi o composizioni mnemoniche, da frammenti di Wenders e
Almodovar, da immagini incontrate quasi ovunque per pochi momenti
ancora.
Ogni opera è scena in divenire, azione in fieri che si colloca
tra un ciak e quello successivo nel tradizionale modus cinematografico
che aggiunge alla tipologia di stampo neofigurativo delle opere
le virtù e preoccupazioni di un’attesa senza esiti,
di una speranza intuitiva che si aspetta di indovinare il dopo,
il fatto prossimo, proprio come al cinema, ma che realizza in tempi
brevi la sua stessa inadeguatezza nei confronti di un movimento
che non può – e non deve – essere previsto.
Ci troviamo a frequentare un realismo tecnico e comportamentale
che ci chiama a sé, invitandoci a comparire come in un cameo
che subito si dissolve e nega, dopo averci concesso una breve convivenza
con quelle donne quotidiane che vivono il quotidiano, con attrici
che stanno muovendosi “come da copione” tra cucine,
scale che salgono, tavoli di ristoranti e pose sensuali.
Simili a foto di scena realizzate ad olio su tela (o carta), i lavori
alternano bianco e nero a cromie accese e vere, metropolitane, piene
di ombre, riflessi e sensazioni “private”, quasi lo
spettatore fosse un infiltrato, un osservatore casuale e, probabilmente,
non voluto. O forse lo stesso artefice di quel contesto da sceneggiatura
che affascina e insieme consuma, con il suo nasconderci l’evolversi
completo di esistenze bloccate.
E’ ricorrente, la sospensione dei fatti a seguire, quelli
tratti da storie vere che eleggono qui il loro frangente più
eloquente e rappresentativo come un provino su emozioni che dovranno
protrarsi o persino divenire ricorrenti. Se la vita scorre e il
cammino procede, casuale e curioso, le aspettative possono essere
ritratte e non invecchiare, rimanere eterne e giovani scene cult
estratte da un intero percorso esistenziale che diventa estetico,
esattamente e minuziosamente contenuto dentro tele che non cambieranno
i fatti.
Con il rispetto pedissequo con cui il cinema può tradurre
un testo senza ridurne l’attendibilità, la Campilongo
gira composit dipinti che riassumono ansie e riflessioni, corteggiamenti
e speranze, intuizioni e illusioni direttamente prelevate dai giorni
consueti, dalle ore di tutti che continuano a svolgersi in ambienti
apparentemente già visti, sino a costruire contesti interi
che sembrano influenzati da poetiche blues irruvidite dalla concretezza
spietata di vite che durano a lungo.
Possiamo guardarle e cercare di ascoltarle, le opere di Antonietta
Campilongo, così apertamente intime e non prescritte, così
vicine eppur isolate nelle loro stesse ambientazioni sigillate dove
immancabilmente qualche individuo esiste, assorto e preso, spesso
convinto e ormai esperto, a volte rasserenato dalla certezza che
su ciò a cui non si rinuncia si può sempre contare.
STEFANO ELENA
Testo di Jill Laurie
Che siano la bellezza archietettonica, scenari di vita quotidiana,
nei caffè o nei luoghi di sosta per romantici appuntamenti,
o le pose cittadine, l'intrigo della città è quasi
senza fine. Dai contesti meravigliosamente originali che riempiono
un quasi equilibrato vuoto, interno di una cena di Courtney Miller
Bellairs si passa al grattacielo che sembra allungarsi senza fine
fino al cielo nel quadro "looking up" di Lucile Montague.
Dalla visione posteriore di un uomo ingobbito in John Vincent nei
suoi interni d'atmosfera nel quadro intitolato "Budapest"
passiamo all'ardente femme fatale che dimora un tipico interno
d'appartamento magistralmente dipinto da Antonietta Campilongo.
Antonietta Campilongo, un'artista Italiana, nutre una forte passione
per la pittura che balza fuori dalle sue tele e cattura l'osservatore
con il potere della sua immaginazione. Le sue immagini stilizzate
celebrano una gestualità spontanea o l'atmosfera cittadina
della media borghesia, che noi possiamo definire "city posing",
(ovvero, pose cittadine). Lei è davvero l'artista del momento.
JILL LAURIE
Testo di Alba Battisti
Il viaggio nella pittura di Antonietta Campilongo inizia con Sogno
d’inverno, un quadro che apre cronologicamente la mostra intitolata
Metamorfosi di un sogno e che dichiara a priori la natura onirica
delle 13 tele esposte dal 3 all’11 Settembre nel cinquecentesco
Palazzo Sersale di Cerisano. La Mostra si inserisce nell’ambito
del tradizionale appuntamento con il Festival delle Serre giunto
alla sua XIII edizione e che quest’anno ha voluto aprire,
oltre alle già collaudate sezioni di musica jazz, classica
teatro e cinema, anche una sezione dedicata alle arti figurative
pregiandosi di esporre per la prima volta in Calabria, le opere
di un’artista già apprezzata in molte parti d’Europa.
Formatasi nell’ambiente artistico romano, la Campilongo è
di origini calabresi (Saracena), conseguita la laurea in Architettura
si è presto dedicata quasi esclusivamente alla pittura emergendo
per l’originalità dei soggetti e per il gusto raffinato
che contraddistingue le sue opere.
Quella esposta al Sersale di Cerisano è la produzione più
recente di Antonietta Campilongo, almeno nella maggior parte delle
opere (soltanto tre i quadri appartenenti al 2003 ed al 2004). Sono
tele che narrano pittoricamente un sogno che l’artista racconta
attraverso immagini che si rincorrono da un quadro all’altro.
Già nella prima tela si colgono i tratti caratteristici della
pittura della Campilongo: colori liquidi, quasi trasparenti, indizi
di una poetica espressa nitidamente nei tratti decisi delle sagome
e dei profili. I colori sono spesso quelli essenziali, a volte lividi,
a volte sgargianti, utili a suggerire atmosfere o tensioni emotive;
i toni diventano prolungamento cromatico dei personaggi che popolano
le tele; come gli azzurri e i verdi interrotti dal rosso vivo a
cui è aggrappato l’acrobata funambolo de Il gioco della
natura. Guardando le opere di Antonietta Campilongo non si può
evitare di pensare ad Hopper, cambia però il registro semantico.
Simile è l’attenzione per i particolari architettonici
(dovuti in parte agli studi universitari dell’artista), somigliante
anche la scelta delle figure i cui abiti riproducono un’epoca
precisa e un preciso contesto sociale, più urgente nella
Campilongo, rispetto al grande Hopper, la necessità di raccontare
emozioni e sentimenti. I quadri diventano immediate introspezioni
capaci di catturare magneticamente lo sguardo di chi le osserva.
ALBA BATTISTI
Testo di Stella Tasca
L’artista Antonietta Campilongo espone in “solo uno…
a colori”una serie lavori che hanno come linea in comune il
colore non colore del bianco-nero e delle lievi sfumature che girano
intorno a queste gradazioni.
I suoi dipinti sono frammenti di ricordi, di sogni o di vissuti
personali che si specchiano però esattamente nelle storie
altrui perché descrittive di un quotidiano comune.
L’artista dipinge immagini che, pur nella piena autonomia
della singola opera, nell’insieme tracciano un quadro articolato
del nostro quotidiano. I suoi dipinti celebrano il gesto spontaneo,
l’ambiente cittadino piccolo borghese, i personaggi che si
possono incontrare d’abitudine. Ma l’analisi spassionata
e accurata della “trance de vie” operata dall’artista
ne fa risaltare l’elegia e il mistero, manifestandone l’elegia
sottesa.
E’ indubbio che la Campilongo posi il suo occhio sulla realtà,
ma il suo quotidiano risulta leggermente retrodatato, quasi a creare,
appunto, quel lieve scarto che sollecita la memoria e relega il
soggetto al ricordo appena trascorso.
Protagonista il colore , il suo modo di usarlo e ricrearlo adattandolo
a questo mondo spesso onirico che necessita quasi di una sua sfumatura
particolare.
Una attenzione particolare merita la usa bicromia, il bianco e nero
con tutte le gradazioni intermedie di grigio. Indubbio è
il richiamo al bianco-nero di Richter, ma non certo per emulazione
quanto per affinità di sentire: l’esigenza di ricollegarsi
all’universo filmico anch’esso di buona memoria.
C'è solo la fissione dell'elemento etereo che sulla tela
implode manifestando tutta la sua potenza comunicativa. Figure assolutamente
reali, che nel loro manifestarsi celebrano l'antica memoria dell'uomo
entità intermedia tra l'animale e l'angelo.
Simili a foto di scena realizzate ad olio su tela (o carta), i lavori
alternano bianco e nero a cromie accese e vere, metropolitane, piene
di ombre, riflessi e sensazioni “private”, quasi lo
spettatore fosse un infiltrato, un osservatore casuale e, probabilmente,
non voluto. O forse lo stesso artefice di quel contesto da sceneggiatura
che affascina e insieme consuma, con il suo nasconderci l’evolversi
completo di esistenze bloccate.
E’ ricorrente, la sospensione dei fatti a seguire, quelli
tratti da storie vere che eleggono qui il loro frangente più
eloquente e rappresentativo come un provino su emozioni che dovranno
protrarsi o persino divenire ricorrenti. Se la vita scorre e il
cammino procede, casuale e curioso, le aspettative possono essere
ritratte e non invecchiare, rimanere eterne e giovani scene cult
estratte da un intero percorso esistenziale che diventa estetico,
esattamente e minuziosamente contenuto dentro tele che non cambieranno
i fatti. Con il rispetto pedissequo con cui il cinema può
tradurre un testo senza ridurne l’attendibilità, la
Campilongo gira composit dipinti che riassumono ansie e riflessioni,
corteggiamenti e speranze, intuizioni e illusioni direttamente prelevate
dai giorni consueti, dalle ore di tutti che continuano a svolgersi
in ambienti apparentemente già visti, sino a costruire contesti
interi che sembrano influenzati da poetiche blues irruvidite dalla
concretezza spietata di vite che durano a lungo.
STELLA TASCA
Testo di Marina Zatta
Antonietta Campilongo affonda le sue radici nella pop-art europea.
Stella Tasca sottolinea che i dipinti della Campilongo sono frammenti
di ricordi, di sogni o di vissuti personali che si specchiano però
esattamente nelle storie altrui perché descrittive di un
quotidiano comune. I lavori esposti mostra no una particolare combinazione
di ricerca in bianco e nero che racconta un insieme, come in un
lavoro trittico, ma al contempo ciascun frammento si presenta come
un se compiuto, capace di vivere da solo pur se creato in relazione
con l’insieme.
MARINA ZATTA
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